I simboli del popolo sloveno
Il volume del prof. Jožko Šavli “I segni della slovenità”
La recente pubblicazione dell’opera del prof. Jožko Šavli
«Slovenska znamenja» (I segni della slovenità, Humar, pagg. 405, lire 45 mila)
ha suscitato un notevole interesse, anche tra i lettori di lingua italiana.
La consapevolezza dell’identità slovena, inibita e compressa per decenni da panslavismo e jugoslavismo, passa anche attraverso la riappropriazione delle tradizioni di queste terre, saldamente incardinate nella storia e nella cultura del popolo; ed in esse, i segni della slovenità rappresentano un matrimonio prezioso.
Il libro di Šavli contiene per lo più saggi scritti negli anni Ottanta sul periodico viennese Glas Korotana (La voce della Carantania), edito da padre Ivan Tomažič.
Il vasto pubblico sloveno, tedesco e italiano, ha potuto conoscere l’autore allorché divampò la polemica sui Veneti quali antenati degli Sloveni; egli è stato molto attivo già durante gli studi del Dottorato di ricerca a Vienna, pubblicando molti articoli sull’autorevole settimanale Die Furche (il solco); si è fatto inoltre sentire sulla stampa della Carinzia e del Litorale, tanto sul Naš tednik che sul Novi list, e di recente anche su il Piccolo e sui Meridiani del Nord Est di Trieste.
La presenza di Šavli nell’area di Alpe-Adria è quindi di indubbio spessore, con pubblicazioni in sloveno, tedesco e italiano che ne fanno un autentico scrittore di frontiera (insieme a Magris, Handke e Tomizza), ed esempio alquanto raro di informazione pluriculturale e multilingue.
E’ perciò sorprendente dover constatare che egli trovi spazio, nella Slovenia odierna, soltanto per qualche lettera ai giornali.
Forse l’apparato ex jugoslavo continua a boicottarlo, per aver tratto dal dimenticatoio i Veneti, ossia gli antenati degli Sloveni?
Vediamo ora più da vicino, i simboli della slovenità:
l’Auricorno (Zlatorog) è il mitico animale delle Alpi Giulie ed incarna l’eterna lotta tra il Bene ed il Male;
il Tiglio (Lipa) è l’albero della vita;
il Garofano (Nagelj) èil fiore sloveno;
la Pietra del principe (Knežji kamen) è il testimone della statalità;
il Trono del duca (Vojvodinski stol) ricorda il Diritto sloveno,
la Pantera nera (Črni panter) rappresenta lo stemma della Carantania, ossia lo Stato sloveno medioevale;
il Cappello sloveno (Slovenski klobuk) simboleggia la libertà.
Tutti questi importanti saggi sulle tradizioni slovene sono il frutto maturo di un lavoro pluriennale.
E c’è anche dell’altro, come la Nostra Signora (Gospa Sveta), un simbolo antichissimo della Carantania (cioè l’attuale Carinzia, con capoluogo Celovec):
è l’immagine di Maria sul Trono (Sedes Sapientiae), che non si trovava ancora in Occidente all’epoca della cristianizzazione degli Slavi (VIII secolo); ed essa potè giungere dall’Oriente solo attraverso Aquileia (Oglej), che apparteneva a quel tempo alla chiesa bizantina.
Dal periodo carantano provengono inoltre alcuni Santi, altrimenti dimenticati dai panslavisti:
Modesto, Domiziano, Ildegarda, Albuino, Emma;
ed anche questa è una nuova scoperta del libro di Šavli, che si pone in un confronto ininterrotto rispetto ai punti di vista fin qua prevalenti sulle tradizioni slovene; e, per questo verso, egli dissoda un terreno incolto.
In apertura al volume c’è un intervento dell’editore Radivoj Humar (datato Pregarje 1993) in onore del rev. Ivan Tomažič (rojak, ki je vse življenje prebil v tujini in ostal zaveden Slovenec), il quale ha celebrato proprio lo scorso anno la sua Messa d’oro; segue poi un ricordo, che Šavli dedica a Matej Bor, scomparso un anno fa; ed in chiusura Pavel Medvešček (il noto studioso delle tradizioni popolari, originario di Solkan) presenta alcune brevi storie:
sullo Zlatorog, il messaggero della Luce (per il suo colore bianco) e del Sole (per le corna dorate), che punisce l’Uomo per aver questi violato l’integrità della Natura e quindi la Legge divina;
e sul mitico Kralj Matja#, che impersona il popolo sloveno e la sua storia:
egli non va però identificato con l’ungherese Mattia Corvino, come avrebbero invece voluto filotedeschi e panslavisti, per negare agli sloveni la capacità di esprimere un proprio autentico eroe nazionale.
I simboli del popolo sloveno
Il tiglio e il re Mattia
L’albero, che protende verso il cielo la sua cima, venne ritenuto già in epoca preistorica un legame tra il mondo terreno e quello divino.
Più tardi, ogni popolo raffigurò la propria esistenza e la propria sorte attraverso una certa specie vegetale, particolarmente importante nel suo habitat;
le antiche genti della Mesopotamia onoravano la palma, tenuta in considerazione ancora oggi dagli Arabi;
i Fenici reputavano quale albero sacro il cedro,
i Persiani il cipresso,
gli Indù l’asvattha (ficus religiosa),
i cinesi ed i Giapponesi il pino rosso,
i Russi la betulla (che è la prima a verdeggiare in primavera),
gli Spagnoli l’arancio,
i Greci l’olivo, e così avanti.
Nella tradizione slovena, il tiglio (lipa) è l’albero sacro o della vita: esso cresceva solitamente al centro del villaggio e sotto le sue fronde si riuniva la comunità o «vicinia» sosednja), presieduta dal sindaco (župan), che era coadiuvato dal Consiglio dei dodici dvanajstija); a livello di mandamento, l’asemblea si denominava «cavalcata» (pojezda), nentre a livello nazionale si chiamava «veča» (placito); il giudizio di queste assemblee era vincolante anche per i feudatari.
L’area sottostante al tiglio era dunque il centro della vita comunitaria; colà si svolgevano gli incontri e le feste da ballo; ogni anno vi aveva luogo la «prima danza», un rito che sanciva l’entrata dei giovani nella vita adulta (usanza conservatasi tuttora in Carinzia, nella valle della Zila).
Il tiglio aveva un suo ruolo anche nel mondo spirituale sloveno; veniva piantato vicino alle chiese, sia in campagna che in città; e nelle leggende, offre un riparo ai giusti; anche Maria con il Bambino riposa alla sua ombra.
Il tiglio accompagna pure il mitico Re Mania (Kralj Matjaž), che impersona il popolo sloveno e la sua storia; il superbo eroe provocò Iddio stesso e fu sconfitto nella battaglia combattuta sotto un tiglio, in mezzo alla campagna; Mania ed i suoi ultimi soldati restarono imprigionati in una grotta e caddero in un sonno lungo e profondo, che sarebbe durato fino a quando (in una notte di Natale) fosse cresciuto e fiorito un tiglio davanti alla cavità in cui si trovavano, per seccarsi dopo un’ora soltanto.
Mattia si sarebbe allora svegliato, guidando i suoi fedeli nella battaglia decisiva; il profumo del tiglio fiorito li avrebbe rinvigoriti e la vittoria definitiva sarebbe arrisa loro; infine, la pace universale sarebbe stata stipulata sotto il tiglio dalle sette cime, sul quale Mattia avrebbe posto uno scudo, simboleggiante la resistenza della fede, invano colpita dalle frecce delle tentazioni.
Il Re Mania non va però identificato con l’ungherese Mania Corvino, come avrebbero invece voluto filotedeschi e panslavisti, per negare agli Slovem la capacità di esprimere un proprio autentico eroe nazionale.
Il tiglio è presente anche nelle tradizioni popolari dell’Europa centrale, più precisamente nell’area popolata in epoche remote dai Vendi, Venedi, ossia Veneti; esso è pertanto il testimone di un’antichissima cultura popolare mitteleuropea e l’emblema della civiltà rurale venetica, matrice comune delle genti che vissero nella vasta area compresa tra il mar Baltico e l’Adriatico.
L'Auricorno delle Alpi Giulie
La leggenda dell’Auricorno (Zlatorog) è un racconto sloveno di matrice preistorica, mantenutosi vivo nella tradizione orale fino ad un’epoca relativamente recente; nella seconda metà dell’Ottocento, esso venne raccolto da Karel Dežman (1821―1899) nei pressi di Plezzo (Bovec), nell’Alto Isonzo, ed egli lo pubblicò sulla Laibacher Zeitung di Lubiana il 21 febbraio 1868.
Al racconto di Dežman si ispirò in seguito Rudolf Baum-bach (1840-1905) per comporre il poema «Zlatorog», che vide la luce nel 1878 a Lipsia: un immediato ed ampio successo gli arrise nel mondo tedesco e centroeuropeo.
Fu tradotto già nel secolo scorso in ceco e sloveno (ad opera di Anton Funtek, nel 1886 a Lubiana), e successivamente anche in polacco, sorabico e italiano (la prima versione fu quella di Ario Tribel nel 1930, la seconda di Ilse Hofmann nel 1975).
La sua trama ispirò inoltre la composizione di opere liriche e la realizzazione di illustrazioni e dipinti.
Nelle Alpi Giulie si erge il Tricorno (Triglav, la massima vetta slovena con i suoi 2864 metri di altezza), il cui versante occidentale è inaccessibile, con ripide pareti che si stagliano nel vuoto fino alla valle di Trenta, percorsa dal fiume Isonzo (Soča).
Colà c’era un tempo un paradiso alpino, che si estendeva dalla valle dei laghetti (Jezerca) fino al roccioso altopiano chiamato Komna. In esso abitavano le «dame bianche», chiamate anche Rojenice, ossia le fate della nascita, esseri dal cuore tenero e misericordioso, che il popolo ricorda con gratitudine.
Il mitico Auricorno, uno stambecco bianco con le corna dorate, guidava il branco delle capre, anch’esse bianche come la neve.
Un incantesimo lo aveva reso invulnerabile: se anche fosse stato colpito da un proiettile, da ogni goccia del suo sangue caduta a terra sarebbe germogliata una pianta, la rosa del Tricorno, che lo avrebbe guarito all’istante.
Più forte ancora era l’incantesimo delle sue corna dorate, poiché chiunque fosse riuscito a depredarne una, avrebbe avuto in mano la chiave di tutti i tesori, custoditi nel monte Bogatin dal serpente a più teste.
Ma l’ingratitudine e l’avidità umane trasformarono quel paradiso alpino in un deserto roccioso.
Ciò avvenne così: un giovane cacciatore di Trenta era innamorato di una ragazza, la più bella della valle, figlia di una locandiera che ospitava i mercanti italiani durante i loro viaggi da Venezia fino in Gennania; uno di essi, ricco e giovane, tentò di conquistare la ragazza con l’oro e le promesse; e quando il cacciatore di Trenta venne alla locanda, fu deriso dalla sua amata, che aveva ceduto all’adulazione ed alle lusinghe.
Profondamente offeso, il giovane decise allora di impossessarsi dei tesori del Bogatin, e se ne andò.
Strada facendo, s’imbattè nel malvagio Cacciatore verde, ossia il Diavolo: questi lo convinse a cacciare l’Auricorno; già il mattino dopo l’avvistarono e la pallottola del cacciatore di Trenta colpì l’animale sacro; ma dal suo sangue sbocciò il Fiore di tutti i poteri (Roža mogota), che lo guarì immediatamente. E l’Auricorno, infuriato, si lanciò contro i suoi persecutori: il giovane, abbagliato dal prodigioso luccichio delle corna dorate, perse l’equilibrio e precipitò nell’abisso smisurato.
Nel frattempo, la ragazza si era pentita del proprio comportamento arrogante, ed attendeva con ansia il ritorno del giovane; ma appena in primavera, allorquando le acque dell’Isonzo aumentarono per lo sciogliersi delle nevi montane, il cadavere del cacciatore di Trenta venne riportato dal fiume; in mano, egli aveva un mazzetto di rose del Tricorno...
Quando poi, nella tarda estate, i pastori giunsero nei pressi dell’alta valle, trovarono un desolato paesaggio roccioso; le dame bianche avevano abbandonato quel luogo per sempre e del paradiso alpino d’un tempo non era rimasta traccia alcuna, poiché l’Auricorno aveva devastato, nel suo furore, i pascoli più belli.
Ancora oggi si possono vedere sul terreno roccioso le impronte delle sue corna dorate.
Questo mito simboleggia l’eterna lotta tra il bene ed il male; 1’Auricorno è il messaggero della luce (per il suo colore bianco) e del sole (per le corna dorate); esso punisce l’uomo, che ha osato violare l’integrità della natura e, con essa, la legge divina.
Il racconto del cacciatore di Trenta rispecchia la realtà; infatti, più di un abitante di Plezzo perse la vita nel corso della caccia a stambecchi e camosci; molti anni fa c’era nell’Alto Isonzo una croce in ricordo del cacciatore, e la sua laconica iscrizione suonava così:
Sim šal gamse smertit
Al Bog je djal:
toja smert more bit
Jest Andre Komač
prosite Boga za mojo verno dušo.
Amen.
- Sono andato ad ammazzare i camosci
Ma Iddio ha detto:
la tua morte deve essere
Io Andre Komač
Pregate Dio per la mia anima credente.
Amen. -
La pietra del principe
La Carantania, il cui nome era in origine Korotan o anche Goratan (derivando dalle radici slovene «kar» e «gora», ossia «roccia, vetta» ed «alto monte, picco roccioso», e dal termine paleoariano «stan», che significa «abitazione, residenza») viene menzionata dalle fonti storiche in relazione all’anno 595 d.C.; ce ne parla infatti il cividalese Paolo Diacono nella sua «Historia Langobardomm», riferendo che in tale data i Bavari irruppero «in Sclaborum provinciam» («nella privincia degli Slavi»); va però rilevato che i Longobardi chiamavano «provincia» il loro regno in Italia e pertanto allorché Paolo Diacono indicava la Carantania come provincia si riferiva certamente ad uno Stato sloveno indipendente.
Di essa è rimasto ben vivo lungo il corso dei secoli il ricordo dell’ordinamento democratico, contraddistinto dalla suggestiva cerimonia di intronizzazione; questa si svolgeva sulla collina di Krn a nord di Celovec (l’odierna Klagenfurt, in Carinzia), presso la Pietra del principe (Knežji kamen) che simboleggiava l’eternità divina, fonte di ogni potere; l’insediamento del duca sloveno avveniva ad opera di un contadino, rappresentante del popolo, nel cui nome gli conferiva il potere.
Troviamo una prima descrizione dell’antico rito nello «Schwabenspiegel» («Specchio svevo»), scritto verso il 1275; la seconda, ad opera del cronista Ottokar, risale al 1306;
intorno al 1342 è datata poi una terza menzione, fatta dall’abate Johannes di Vetrinj (Viktring);
va pure annoverata l’autorevole citazione che troviamo nell’opera del Piccolomini (dapprima vescovo di Trieste e quindi papa con il nome di Pio II) edita nel 1458 ed intitolata «De Europa».
Prima che il rito iniziasse, il prescelto veniva privato dei suoi preziosi indumenti; ed allora egli indossava calzoni, giacca, mantello e cappello grigi, scarpe e cintura rosse: i colori avevano un significato particolare,
in quanto il grigio (colore della polvere) rappresentava le cose transitorie della vita terrena,
mentre il rosso simboleggiava i valori eterni; portava anche un borsa rossa (indicante le ricchezze spirituali) ed il corno da caccia;0
in mano serrava il bastone, a significare l’autorità pastorale sul popolo;
conduceva pure un bue ed un cavallo da combattimento, simboli rispettivamente dell’agricoltura (cioè dell’economia) e dell’esercito, ossia le strutture fondamentali dello Stato.
Egli si avvicinava poi alla Pietra, su cui stava seduto il contadino: giurava di rispettare le leggi del Paese e dichiarava pubblicamente la propria fede cristiana.
A questo punto, il contadino gli dava un leggero colpo sulla guancia, allontanandosi dalla Pietra.
Impugnata la spada, il nuovo duca si volgeva verso tutte le direzioni, manifestando con ciò il proposito di essere un giudice equanime; beveva quindi un sorso d’acqua di sorgente, mostrando così al popolo di sapersi accontentare di quanto gli offriva la Natura; saliva infine a cavallo e girava per tre volte intorno alla Pietra, mentre il popolo intonava un canto di ringraziamento a Dio, per aver ottenuto un sovrano gradito.
La cerimonia si svolgeva esclusivamente in lingua slovena, anche dopo il 1335, allorquando la Carantania venne ereditata dagli Asburgo; ciò va ribadito a chiare lettere, in presenza di affermazioni inesatte in ambito linguistico, sostenute - peraltro maldestramente - dai germanofili.
L’originale procedura di insediamento del duca sloveno-carantano, conservatasi fino al 1414, attirò l’attenzione del giurista e teorico politico francese Jean Bodin, che sviluppò per primo - nel Cinquecento -l’idea della sovranità popolare; nella sua opera «I sei libri della repubblica» (Parigi, 1576), egli affermò che l’antica cerimonia carantana «non aveva eguali in tutto il mondo».
Lo stesso Thomas Jefferson, principale redattore (nel 1776) della Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America, attribuì un’ importanza particolare alla descrizione di Bodin sulla tradizione democratica dello Stato medioevale sloveno; di ciò si tenne conto nella formulazione delle moderne istituzioni occidentali, fondate sul consenso della popolazione.
Il trono del duca
A Svatne (nel Gosposvetsko polje), non lontano da Celovec (l’odierna Klagenfurt, capoluogo della Carinzia), si trova ancora oggi un trono di pietra, il Trono del duca (un monumento della storia e dell’antico diritto consuetudinario sloveno), risalente ai tempi di Carlo Magno e composto da due seggi: quello orientale apparteneva al duca, quello occidentale era di pertinenza del conte palatino, rappresentante del re.
Lo Stato sloveno di Carantania era sorto intorno al 570 d. C. e conservò fino al tardo Medioevo il proprio diritto, chiamato dalle fonti storiche «Istitutio Sclavenica».
Secondo tale consuetudine, il duca veniva dapprima eletto dai rappresentanti del popolo, nell’assemblea nazionale; in seguito egli veniva intronizzato sulla Pietra del principe, dove riceveva il potere - con un gesto simbolico - dalle mani di un contadino, in nome del popolo stesso.
Al termine di questa cerimonia, il nuovo duca assisteva ad una messa solenne; egli si recava quindi al Trono di pietra, posto nell’aperta pianura, dove assegnava i feudi, conferiva i diritti ed ascoltava gli appelli (perciò il trono era anche detto «sedes tribunalis»).
Se il duca rifiutava l’assegnazione di un feudo, il conte palatino aveva allora la facoltà di attribuire detto feudo, affinchè la controversia non si protraesse a lungo.
La presenza del conte palatino non era però un segno di inferiorità politica del duca
carantano; sanciva, al contrario, il riconoscimento del diritto e dell’autonoma statualità slovena; una tale posizione nel regno dei Franchi orientali spettava esclusivamente - in origine - ai ducati nazionali, quali la Carantania, la Baviera, la Svevia, la Franconia, la Sassonia: essi soltanto avevano il conte palatino.
Ogni carantano - se non aveva ottenuto giustizia - poteva accusare il duca, nel momento in cui questi era seduto sul Trono di pietra; tale accusa veniva pronunciata ovviamente in lingua slovena, poiché il duca era un «signore» sloveno che governava uno Stato sloveno.
La Carantania raggiunse l’apice della sua importanza politica verso la fine del IX secolo, quando il suo duca Arnolfo venne eletto re dei Franchi orientali (887) e poi nominato re d’Italia (894), per essere infine coronato imperatore nell’ 896.
Fino a pochi decenni fa, la storia degli Sloveni era misconosciuta: essi sarebbero stati un popolo «non storico», privo cioè di un proprio Stato nella storia; si trattava in realtà di un’affermazione meramente ideologica e del tutto infondata, come abbiamo potuto constatare già in precedenza a proposito della Pietra del principe (testimone dell’antica statualità slovena); ed adesso ce ne viene la conferma dal Trono ducale, emblema del diritto sloveno medioevale.
La pantera nera
La Carantania aveva, come tutti i regni ed i principati storici, un proprio stemma di guerra:
la Pantera nera in posizione rampante, posta sopra uno scudo d’ argento; essa appare in un sigillo dell 160.
La pantera era un simbolo antichissimo;
già nella civiltà classica fu attributo della dea anatolica Cibele (la gran madre degli dei e degli uomini),
e poi di Afrodite, Atena, Artemide e Dioniso;
più tardi divenne emblema di Cristo, dopo che lo scrittore greco Fisiologo di Alessandria d’Egitto (il sec. d.C.) ne inserì la leggenda nella raccolta di favole antiche, da lui utilizzate per illustrare il vangelo.
Le raffigurazioni della pantera erano presenti nelle Alpi orientali in epoca romana; una lapide - recante due pantere sotto l’albero della vita - è murata ancora oggi
all’entrata del santuario di Gospa Sveta (Maria Saal in Carinzia), fondato nel 753 da san Modesto (missionario e monaco dell’ordine irlandese di san Colombano, giunto da Salisburgo).
Il simbolo cristiano della pantera si conservò nel tempo e passò dal Norico romano alla Carantania medioevale, sorta nelle Alpi orientali intorno al 570, dopo il tramonto dell’impero Romano e le invasioni barbariche.
I ducati di Carinzia e di Stina, che derivarono entrambi dal ducato di Carantania, portarono nel proprio stemma la medesima pantera (sec. Xll-XllI); nel 1246, il duca di Stina ed Austria Federico II il Bellicoso aprì una controversia per assicurare esclusivamente al proprio ducato lo stemma con la Pantera nera; la corte regia stabili invece che spettasse alla Carinzia, quale ducato originario, il diritto di portare tale emblema; la Stiria dovette pertanto modificare il proprio ed assunse quello della Pantera bianca sullo scudo verde.
In Carinzia, la Pantera nera fu in auge fino al 1270, allorquando la dinastia ducale originaria si estinse.
Nel corso delle manifestazioni di protesta contro la defenestrazione di Janez Jania - già ministro della Difesa - sono riapparsi a Lubiana la Pantera nera ed i colori (nero - bianco - nero) della Carnntania, ossia lo Stato sloveno medioevale.
Il ritorno del simbolo sloveno-carantano, che si erge nitido nella memoria storica, dimostra che l’orizzonte degli Sloveni si apre verso l’Europa centrale, decretando con ciò il definitivo tramonto del panslavismo e jugoslavismo.
Il cappello sloveno
In occasione della cerimonia di intronizzazione del duca di Carantania (che si svolgeva sulla collina di Krn, a nord di Celovec) veniva usato un cappello, chiamato nelle fonti storiche «Cappello sloveno» (Slovenski klubuk o Windischer Hut, poiché gli Sloveni erano anticamente detti Wendi, Wenedi, ossia Veneti).
Il nuovo duca sloveno-carantano indossava un vestito da contadino e, con il cappello in testa, riceveva simbolicamente il potere dalle mani di un contadino, che rappresentava il popolo.
Nel Medioevo, era caratteristico che un cappello fosse il simbolo della libertà e della nobiltà; il suo significato nell’insediamento del duca di Carantania dimostra che questo Stato non fu mai assoggettato, al contrario di quanto cercarono di sostenere in passato taluni ideologi nazionalisti; il fatto che il duca ricevesse il potere direttamente dal popolo, ne è la conferma.
Nel Trecento apparve una nuova insegna, detta il Cappello del duca, nella Carantama e nell’Austria di Rodolfo IV il Fondatore (1359); il sigillo del duca era espressione del «Privilegium maius», con cui egli diffuse il diritto storico dell’antica Carantania in tutti i Lànder dell’Austria; con ciò, il diritto sloveno-carantano divenne il fondamento della tradizione statuale austriaca. L’Austria stessa non possedeva fino ad allora alcun diritto storico, poiché essa era stata in origine una Marca carantana, amministrata dalla Baviera:
una simile scoperta modifica profondamente la storia dei Lànder asburgici.
Il garofano
Già in epoche antichissime i fiori assunsero un rilievo particolare nella vita e nella cultura umana, venendo considerati come l’abito da sposa della Natura, che preannunziava i propri frutti copiosi; la loro bellezza ed il gradevole profumo inducevano a credere che in essi vi fossero anime vive; nell’età cristiana simboleggiavano il paradiso perduto e, nel contempo, la speranza nella resurrezione e nella felicità celeste.
Nell’antico Egitto il loto rappresentava il Nilo, da cui il Paese stesso trae la propria linfa vitale;
in India è sacro il loto rosso, fiore delle acque, che costituirono la sostanza primordiale nella creazione del mondo.
Immagini di fiori si trovano nei segni araldici; la Francia recava già dal XII secolo il giglio;
in Inghilterra c’era la rosa,
in Scozia il cardo,
in Irlanda il trifoglio.
Nell’Ottocento europeo i fiori popolari divennero il simbolo del’unità nazionale;
i tedeschi scelsero allora la centaurea,
gli sloveni il rosso garofano (nagelj),
che significa carità ed amore;
un mazzetto con il garofano,
il rosmarino e le verdi foglie del geranio indica amore, fede e speranza.
La sua immagine stilizzata appare quindi nei ricami, sulle tovaglie, nei costumi popolari, sui fazzoletti da testa, sugli oggetti in legno.
Altri fiori nazionali sono
il tulipano in Olanda,
il rosolaccio in Polonia,
il timo in Boemia,
la peonia rossa in Serbia,
il papavero in Macedonia,
la rosa in Bulgaria,
la camomilla in Russia,
il lino in Bielorussia,
il girasole in Ucraina.
Particolare curioso:
Francia, Spagna ed Italia non possiedono un proprio fiore nazionale.
In questi tre Paesi, come pure in Boemia, il garofano è comunque molto diffuso nelle usanze popolari.
I frammenti liturgici di Frisinga
I cosiddetti Monumenti di Frisinga (Brižinski spomeniki) vengono generalmente considerati come i più antichi documenti letterari della lingua slovena.
Personalmente ritengo, invece, che le testimonianze più remote dello sloveno (ed anche di qualunque lingua slava parlata ancora oggi) siano le iscrizioni della cultura venetica, databili intorno al VI -V secolo a.C.
La continuità tra Veneti e Sloveni è un’ipotesi storiografica saldamente fondata, tanto sulle fonti alto medioevali scritte, quanto sulle risultanze archeologiche, toponomastiche e linguistiche più recenti.
Giunti alle soglie del Duemila, andrebbe completamente riscritta la storia antica del vecchio continente, rimuovendo la centralità delle civiltà classiche greca e romana, per far irrompere sulla scena europea quei popoli che ne furono i protagonisti e di cui si sa ben poco:
i Veneti in primo luogo (che diedero vita verso il 1500 a.C. - nel territorio compreso tra l’Oder e la Vistola - alla civiltà lusaziana, la prima e la più importante della preistoria europea),
gli Sciti della Russia meridionale,
i Traci dei Balcani,
i Celti dell’Europa nord-occidentale
e tutti i popoli senza nome (e dunque - finora - senza storia).
In tal modo, la storia che ne uscirebbe potrebbe rivelarci una pluralità di Europe, che sopravvive tuttora.
Durante il regno di Carlo Magno, i vescovi - riuniti nel sinodo di Aquisgrana dell’800 - decisero di far tradurre i testi delle più importanti preghiere e formule liturgiche nelle lingue delle singole nazionalità dell’Impero Franco.
I monumenti di Frisinga, che hanno quindi carattere religioso (contengono due formule di confessione ed uno schema di predica sul peccato e la penitenza), sono trascrizioni in grafia carolingia minuscola, i cui originali risalirebbero perlomeno al IX secolo.
Il primo frammento proverrebbe dalla Carantania, mentre gli altri due sarebbero giunti dalla Pannoma (Slovenska krajina); ciò spiegherebbe talune particolarità linguistiche ed analogie formali con testi di tradizione cirillo-metodiana, quali l’Euchologium Sinaiticum ed una predica di san Clemente (Kliment da Ohrid, in Macedonia).
Metodio, reduce dalla Moravia (dove aveva annunciato il Vangelo alle popolazioni slave di quelle terre, insieme al fratello Costantino), svolse la sua azione pastorale nella Pannonia slovena tra i’867 e l’874, usando come lingua ecclesiastica il paleoslavo - che si basava su di un dialetto macedone - invece del latino.
Si suppone che gli originali del secondo e terzo frammento siano stati redatti durante il soggiorno di Costantino e Metodio a Blatenski Kostel (nei pressi del Blatno, l’odierno lago Balaton), ospiti del principe sloveno Kocelj, che governò la Slovenska krajina dall’861 all’874; sarebbero stati messi poi ai sicuro in Carantania al tempo dell’invasione magiara, le cui prime avanguardie si insediarono in Pannonia nell’881 cornpletandone la conquista nell’ 899.
Abraham, vescovo di Frisinga dal 957 al 994, avrebbe raccolto e custodito i tre documenti antico - sloveni, tanto che essi furono rinvenuti dopo oltre otto secoli proprio nell’archivio vescovile della cittadina bavarese (1803).
Koppen e Vostokov li pubblicarono per primi nel 1827 a San Pietroburgo; in seguito vi furono altre edizioni, ad opera di Kopitar nel 1836 a Vienna, di Miklošič nel 1854 e 1861 (ancora nella capitale asburgica), di Vondrak nel 1896 a Praga, di Ramov# e Kos nel 1937 a Lubiana, di Pogaà#nik e Kolarič nel 1968 a Monaco di Baviera, ed infine dell’Accademia slovena delle scienze e delle arti (nel 1993 a Lubiana).
Pochi mesi fa, Janko Jul ne ha pubblicato la prima traduzione in lingua italiana, compiendo in tal modo una meritoria operazione culturale, che colma un vuoto nella slavistica italiana.
Tanto l’area di provenienza, quanto la reale datazione degli originali dei monumenti di Frisinga restano comunque controverse; non condividendo l’ipotesi che individua tale area nel territorio carantano-pannonico, lo slavista e linguista Rudolf Kolari#, curatore insieme a Johe Pogačnik dell’edizione tedesca del 1968 (Freisinger Denkmàler, Trofenik Verlag), ha intravvisto una più rilevante influenza del patriarcato di Aquileia.
Il secondo frammento, conosciuto come «Adhortatio ad poenitentiam», sarebbe la trascrizione di un testo redatto nell’area aquileiese; esso palesa un elevato stile retorico, una sintesi equilibrata di poetica ciceroniana, spiritualità medioevale cristiana e sostrato slavo; presenta la tipica reiterazione della settima sillaba nell’unità ritmica (heptada); nella sua prosa appare poi frequentemente il contrasto riflessivo (antitheton); e l’armonia dei suoni (homoioteleuton) ricollega la struttura di questo frammento alla letteratura cristiana omiletica dell’Occidente latino.
I tempi grammaticali del passato, perfetto, aoristo ed imperfetto creano in certi passaggi uno straordinario effetto di vivacità.
Del resto, anche lo stesso padre della Chiesa sant’Agostino (autore di un’imponente produzione letteraria, che comprende ben 93 trattati di vario genere) aveva affermato - nel De doctrina christiana - che si poteva trarre dalla civiltà classica tutto ciò che rappresentasse un valore culturale e non fosse in contrasto con lo spirito del cristianesimo. La dialettica e la retorica andavano quindi utilizzate per illustrare, difendere e propagandare la fede cristiana.
Alla luce delle caratteristiche sopra citate, l'originale del secondo frammento potrebbe risalire addirittura alla seconda metà del V secolo, allorché l’Impero Romano si dissolse; esso testimonierebbe la presenza degli Sloveni nei territori dell’Alpe-Adria ben prima dell’anno 568 d.C. , a far data appena dal quale sono stati ipotizzati i primi insediamenti slavi nella regione alpino-adriatica.
Tale supposizione - non confermata del resto da alcuna fonte storica - ignorava una realtà antecedente, la presenza delle genti venetiche protoslave (ossia slovenetiche) ancor prima del 1000 a.C. tanto nell’area alpina, quanto nella Padania.
Infatti, l’archeologia ha scoperto tracce di insediamenti umani appartenenti alla civiltà venetica dei Campi d’urne (e risalenti al 1200 a.C. circa) sia a Ruše presso Maribor, che nei dintorni di Lubiana. Da qui, i Veneti raggiunsero la Val Padana: ed allora - verso il 1000 a.C. - una luce primaverile destò a nuova vita quelle regioni (esse giacevano da millenni come in letargo).
Con la fioritura della civiltà di Villanova, il cui ambito territoriale si estese dall’Emilia alla Toscana ed al Lazio settentrionale.Verso l’800 a.C., tramontando l’impulso villanoviano, sorsero - quasi contemporaneamente - nuove culture:
Golasecca (Vai Padana superiore),
la etrusca (toscana),
Este (Veneto, Friuli, Litorale e parte della Slovenia);
queste culture portano il segno inconfondibile della loro provenienza: le urne cinerarie, emblema della civiltà lusaziana.
Il patrimonio della scrittura medioevale slovena comprende anche altri testi, più recenti, del XIV e XV secolo: il manoscritto di Klagenfurt (Celovški rokopis), che proviene dal Rosenthal carinziano - o forse dall’Alta Cnrniola - e fu compilato tra il 1362 ed il 1390. Esso consta di un foglio pergamenaceo, in cui si leggono il Pater noster, l’Ave Maria ed il Credo apostolico; il manoscritto di Stična (Stički rokopis), proveniente dall’omonimo monastero cistercense della Carniola.
Anche la Slavia friulana (Benečija o Beneška Slovenija, un’area abitata dagli Sloveni fin da epoche remote, di cui le Valli del Natisone - Nediške doline - constituiscono il nucleo storico, linguistico e culturale) ha contribuito alla formazione della lingua letteraria slovena, come attestano due antichi documenti:
il manoscritto di Cividale (Cedajski rokopis), tratto dal Liber fundationum della confraternita di S. Maria di Cergneu (Gorenja (rneja), la cui versione fu eseguita nel 1497 dal notaio Johannes;
ed il manoscritto di Castelmonte (Starogorski rokopis), databile tra il 1492 ed il 1498.
sergio Pipan
DOM 1995